Tempo di lettura: 3 minuti

L’influenza che la musica ha sulla società la si può notare in ogni lotta che l’uomo ha condotto contro le violenze: il razzismo è una fra questa.

La musica, influenzando ed essendo influenzata dalla storia, è stata parte attiva di diverse battaglie umane, tra cui la segregazione raziale e la lotta ai diritti. Nonostante molte minoranze stanno ancora combattendo per i pari diritti in diverse parti del mondo, in realtà la loro storia è cominciata molti anni fa. E la musica non ha fatto altro che rappresentare le rivoluzioni.

La riduzione in schiavitù degli africani in America dissemina qui i semi della musica di oggi giorno. Questa infatti nasce da forme di disagio e sofferenza. Un esempio sono gli spirituals, testi religiosi formati da un sistema di “call and response” dove il leader cantava una strofa e gli altri rispondevano: una struttura tutt’ora alla base del dissing nelle canzoni rap.

Fu però Billie Holiday con Strange Fruit a dare inizio a quello che è stato definito da Ahmet Ertegun, produttore e co-fondatore dell’Atlantic Records, a “a declaration of war, the beginning of the civil-rights movement” nel 1939. La canzone, quasi rivoluzionaria per quegli anni, era una chiamata all’azione contro il razzismo. Contro il linciaggio di cui milioni di persone furono vittima. Di cui Thomas Shipp e Abram Smith ne furono vittima. L’accusa? Un omicidio nei confronti di un bianco. Un presunto omicidio, perché nulla era mai stato provato. E così quello “strange fruit” non era altro che il corpo di un nero che pendeva dall’albero.

Ma è il 16 gennaio 1938 quando Benny Goodman costruisce (o rompe) una colonna portante per la storia della musica: porta il jazz alla Carnegie Hall di New York, il tempio della musica dell’epoca, e comincia a farsi strada in un pubblico diverso, più attento ai valori di questo genere. E soprattutto, l’orchestra era formata sia da bianchi che da neri.

L’etichetta che ha dato inizio ad un cambiamento nel mondo afroamericano è la Motown, fondata nel 1959 da Berry Gordy, proprio il primo afroamericano a essere a capo di una label. La musica che è nata da questa etichetta ha influenzato per decenni la storia: Stevie Wonder, Marvin Gaye, The Supremes e anche i Jackson 5. E guarda caso alcuni anni dopo, fu proprio Michael Jackson il primo artista di colore a comparire su MTV.

Ai nostri giorni però quasi nulla è cambiato ma anzi, sono diversi gli artisti che utilizzano le loro canzoni e video per narrare storie come Beyoncé in Lemonade, in cui racconta l’esperienza delle donne di colore in America. Nonostante siano passati anni dall’abolizione della schiavitù, c’è bisogno mai come prima d’ora di rappresentanti della comunità afroamericana. Non è un caso che centinaia sono gli artisti che hanno preso parte al movimento BLM, ricordando che cercare l’uguaglianza nelle persone non è una moda. Lo confermano George Floyd, Breonna Taylor, Elijah McClain e altri. Nomi, non numeri.

E se 2Pac aveva torto quando disse che non eravamo pronti ad avere un presidente nero, rimane il fatto che avesse comunque ragione su un punto: “mi alzo la mattina e non vedo ancora un cambiamento”.


Rimani aggiornato sul prossimo articolo: La musica si fa donna

Chiara Troise